Martedì, Maggio 22, 2018

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convivenza fine soldiAl di là dell'ipotesi in cui una coppia abbia già manifestato l'intenzione di contrarre matrimonio e poi, in un secondo momento, il progetto non si sia realizzato per volere di uno dei due – caso specifico disciplinato dagli artt. 80 e 81 c.c. - oggi ci si occuperà della cessazione di una convivenza.

Accade infatti assai frequentemente che una relazione sfoci nella condivisione di un appartamento, così come non è insolito che, a volte anche dopo anni di pacifica coabitazione, il rapporto sentimentale giunga al capolinea.

In quest'ultima, spiacevole eventualità, oltre agli strascichi di natura squisitamente emotiva, possono emergere controversie di tipo economico; ci si riferisce, nello specifico, alle situazioni in cui una delle persone coinvolte abbia messo a disposizione del denaro per soddisfare le esigenze della vita comune.

E' bene precisare, in via preliminare, che nella maggior parte dei casi queste prestazioni patrimoniali in favore anche dell'altro siano classificabili come “obbligazioni naturali”, di cui non è possibile richiedere la restituzione in forza del principio soluti retentio.

Affinché possa essere considerata un'obbligazione naturale, il nostro ordinamento richiede che l'esecuzione sia stata spontanea, che il soggetto da cui è stata eseguita fosse dotato di capacità di agire e che vi fosse proporzionalità tra la prestazione di cui si discute, i mezzi a disposizione dell'adempiente e l'interesse da soddisfare.

Partendo da questo presupposto, come sempre nel diritto occorre lasciare il giusto spazio alle consuete eccezioni: se infatti da un lato è pacifico, sencondo la Cassazione, che le contribuzioni effettuate da un convivente a beneficio dell'altro siano da inquadrarsi tra gli adempimenti assolutamente normali nell'ambito di un rapporto affettivo, dall'altro occorre valutare caso per caso entro quali limiti si possa applicare questo principio.

La Suprema Corte ha infatti stabilito, con sentenza n. 11330/2009, richiamata anche nella successiva pronuncia n.18632/2015, che “sia possibile configurare l'ingiustizia dell'arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell'altro, in presenza di prestazioni a vantaggio del primo, esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza”.

Per fare un esempio concreto, appare impensabile che un consistente esborso di denaro per l'acquisto di un immobile intestato al proprio compagno, sia da considerarsi una normale prestazione patrimoniale afferente alle varie espressioni di assistenza morale e collaborazione che solitamente si riservano al partner, soprattutto se chi tira fuori i soldi non è particolarmente benestante.

Roberta Romeo

Studio legale EGIDI
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Tel. 02.28381582

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