Venerdì, Novembre 16, 2018

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costituzioneL'articolo 92 della nostra Carta fondamentale dispone che il Governo della Repubblica sia composto dal Presidente del Consiglio e dai ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.

Il secondo comma della norma stabilisce che il Presidente della Repubblica abbia il potere di nominare il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri; non vi sono altre disposizioni costituzionali che disciplinino le modalità di designazione dell'organo titolare del potere esecutivo.

Per tale ragione, le ripetute lamentele levatesi in questi ultimi anni da parte dei leader di diverse formazioni politiche - con cui si denunciava l'esercizio delle funzioni di governo da parte di persone “non elette dal popolo” - non hanno, per lo meno se interpretate in senso letterale, alcun reale significato.

Stante l'estrema laconicità del dettato costituzionale, le procedure per la designazione dei componenti del Consiglio dei ministri sono state via via regolate tramite una mutevole prassi. Nelle democrazie parlamentari più moderne (Regno Unito e Germania, in primis) il Capo dello Stato altro non può fare, sostanzialmente, se non affidare l'incarico di formare il nuovo governo al leader del partito risultato vincitore delle elezioni, senza che su questa scelta egli possa godere di alcun potere discrezionale. Due importanti differenze caratterizzano invece l'ordinamento politico-costituzionale italiano, rispetto a quelli dei due paesi presi qui a modello: prima di tutto, mai nella nostra storia repubblicana la maggioranza assoluta dei voti è andata ad un solo partito, sicché da settant'anni a questa parte abbiamo visto nascere unicamente governi “di coalizione”; in secondo luogo, la nostra Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica un novero di poteri più ampio ed assai meno definito rispetto a quanto avviene nelle democrazie parlamentari “classiche”.

La conclusione è che nel nostro Paese la scelta è caduta, solitamente, sulla persona ritenuta di volta in volta dal Capo dello Stato come capace di coagulare attorno a sé ed alla compagine ministeriale una maggioranza parlamentare certa in entrambi i rami del parlamento, in ossequio a quanto previsto dall'art. 94, comma 1, della Costituzione (“Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”). Con la conseguenza che, per lo meno sul piano strettamente giuridico-costituzionale, non è mai esistito e non esiste neppure oggi, l'obbligo del Capo dello Stato di sciogliere immediatamente il Parlamento ed indire nuove elezioni tutte le volte in cui un Presidente del Consiglio presenti le proprie dimissioni.

Le valutazioni che afferiscono a tale scelta hanno carattere eminentemente politico e dipendono dalla possibilità che, caduto un governo, esista la possibilità che se ne formi un altro, in grando anch'esso, al pari di quanto lo sia stato quello appena dimessosi, di ottenere la fiducia da parte sia della Camera, sia del Senato.

L'accertamento della possibilità di formare un governo che rispetti tale requisito è svolto, in assenza di specifiche normative a riguardo, mediante la prassi delle cosiddette “consultazioni” con i rappresentanti dei gruppi politici rappresentati in Parlamento, al termine delle quali il Presidente della Repubblica conferisce l'incarico alla persona che ritiene più idonea.

Tale conferimento avveniva nei primissimi tempi mediante un provvedimento di natura formale, un decreto; ben presto si è invece passati ad un incarico verbale, alla sola presenza del Segretario Generale alla Presidenza della Repubblica cui poi, come avviene ancora oggi, è demandato il compito, materialmente solenne, ma sostanzialmente informale, di rendere nota la decisione del Capo dello Stato per mezzo di un comunicato ufficiale agli organi di stampa.

Tuttavia, proprio il carattere incisivo e succinto delle previsioni costituzionali ha comportato negli ultimi tempi, e forse a dispetto delle intenzioni dei costituenti, il verificarsi di fenomeni di inusuale “tensione” istituzionale. Ci si riferisce agli anni, anche recenti, in cui il Capo dello Stato in quel momento in carica – complice anche una contingente e grave situazione di marcata debolezza del potere politico – ha dato dell'art. 92, comma 2, un'interpretazione che certamente andava al di là di quella cui pensavano i compilatori della nostra Carta fondamentale, attribuendo a sé stesso il compito di “scegliere” in modo insindacabile i componenti dell'esecutivo e sottraendo di fatto tale scelta a coloro che rappresentavano in quell'epoca le forze politiche presenti nelle due camere.

Ci si riferisce alle vicende di quelli che furono definiti i “governi del Presidente”, ed al caso in cui, addirittura, uno di questi governi fu sostanzialmente defenestrato dal Presidente allora in carica, pur non essendo mai stato destinatario di un voto di sfiducia formale da parte del Parlamento.

Non è questa la sede per discutere in ordine alla legittimità o all'opportunità di quelle decisioni; le stesse però rappresentano il sintomo di una crisi sempre più profonda del nostro impianto istituzionale, alla luce della quale appaiono forse necessari alcuni, importanti interventi per adattare la nostra Costituzione al mutare degli eventi.

E a tal fine è essenziale il contributo di una classe politica culturalmente e politicamente preparata, dotata di grande lungimiranza e, di conseguenza, disposta anche a sacrificare qualche suo immediato interesse.

Roberta Romeo

Studio legale EGIDI

Via Lomellina n.31 - Milano -

Tel. 02.28381582

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