Mercoledì, Ottobre 17, 2018

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AFFARI LEGALI: Numero chiuso nelle facoltà universitarie: viola la legge?E' annosa la questione del cosiddetto “numero programmato” per l'accesso alle facoltà universitarie.

Com'è noto, infatti, diversi atenei hanno fissato in modo rigido il tetto massimo di matricole che possono aver accesso ogni anno a taluni dei loro corsi di laurea, disponendo che, a tal fine, i neo maturati debbano sostenere e superare un test di ammissione, quale condizione necessaria per procedere all'iscrizione alla facoltà prescelta.

Senonché, nell'estate 2017 l'Università degli Studi di Milano aveva esteso l'uso di tali strumenti di selezione alla gran parte delle proprie facoltà “umanistiche” e, segnatamente, ma non solo, ai corsi di laurea in Filosofia, Lettere, Scienze e Beni Culturali, Scienze Umane, dell'ambiente, del territorio e del paesaggio, nonché a quelli di Storia e di Lingue e letterature straniere.

La decisione aveva sollevato un vespaio di polemiche, tanto più che essa era stata motivata con la mera carenza di personale docente addetto ai corsi di laurea presi in esame, tale che – diversamente optando – i numeri di studenti iscritti a questi ultimi sarebbero stati insostenibili, rendendo impossibile assicurare lo standard di docenza minimo per l'accreditamento, con tutte le sanzioni previste in casi del genere dalla legge.

Un gruppo di studenti decideva quindi di impugnare i provvedimenti adottati dall'ateneo milanese avanti il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, competente in via esclusiva per materia, chiedendone la sospensione in via cautelare, in attesa della sentenza finale. Con l'ordinanza in commento, depositata il 31 agosto 2017, il TAR Lazio accoglieva l'istanza di sospendere l'esecutività delle decisioni dell'università, fissando per la discussione nel merito dei ricorsi l'udienza del 9 maggio 2018.

I giudici amministrativi sono partiti dal presupposto che la possibilità per gli atenei di programmare il numero massimo di accessi annuali ai corsi di laurea sia prevista dalla legge unicamente per alcuni dei corsi medesimi, indicando per ciascuno di essi i corrispondenti riferimenti normativi (ad es. per quelli in medicina, veterinaria, odontoiatria e protesi dentaria, architettura, laurea specialistica in professioni sanitarie, la L. n° 264/1999; per quelli in scienze della formazione e per le scuole di specializzazione per l'insegnamento secondario, rispettivamente, l'art. 2, comma 2,e l'art. 4, comma 2, L. n° 34/1990, e così via..).

Ciò detto, il tribunale adito ha rilevato come, seppure ad un sommario esame del ricorso, l'unico ammesso in fase cautelare, i corsi di laurea interessati dal provvedimento impugnato non rientrassero fra quelli indicati nelle diverse disposizioni di legge in materia di “numero programmato”. Ha altresì fatto presente che, in ogni caso, l'esigenza con la quale l'Università degli Studi di Milano aveva motivato la propria decisione non si riferiva a necessità di assicurare agli studenti l'utilizzazione di laboratori ad alta specializzazione, ovvero di sistemi informatici e tecnologici, bensì, come si è detto poc'anzi, unicamente quella di non dover incorrere nelle sanzioni di legge derivanti dall'impossibilità di assicurare, stante la carenza di personale, gli standard minimi di formazione.

Ebbene, il TAR ha ritenuto che dette, generiche esigenze non potessero giustificare quella che si sarebbe concretizzata come una sostanziale lesione del diritto allo studio in danno delle parti ricorrenti, tanto più in assenza di una specifica disposizione di legge che fornisse “copertura normativa” ai provvedimenti impugnati. Ha, quindi, concluso che – attesa l'insussistenza di un concreto interesse pubblico prevalente rispetto alle posizioni giuridiche fatte valere in ricorso – gli atti adottati dovessero ritenersi, per lo meno prima facie, passibili di annullamento ad esito dell'udienza nel merito e che, visti i tempi del procedimento, un eventuale accoglimento non sarebbe stato satisfattivo delle posizioni soggettive da tutelare.

Per i motivi appena esposti i giudici amministrativi hanno quindi sospeso l'efficacia del provvedimento adottato dall'Università degli Studi di Milano, “aprendo” nuovamente i corsi di laurea al libero accesso da parte degli studenti.

Da quanto si legge nella motivazione dell'ordinanza, il TAR Lazio ha fissato un principio giuridico preciso, secondo il quale nessun ateneo, fuori dei casi previsti da norme di legge, possa introdurre limiti all'accesso ai propri corsi di laurea, se non nell'eventualità in cui ciò sia giustificato da specifici motivi concernenti l'esigenza di garantire ad ogni studente la fruibilità di alcune infrastrutture ed attrezzature destinate alla formazione tecnica ed alla specializzazione (laboratori, sistemi informatici ecc.).

V'è da dire che, visti gli effetti non più rimediabili dell'ordinanza di sospensione ed alla luce delle motivazioni, assai specifiche nonostante la loro relativa stringatezza, l'ateneo coinvolto abbia deciso di far uso del proprio potere di autotutela, ritirando il provvedimento oggetto del ricorso; motivo per cui il procedimento giurisdizionale andrà verosimilmente incontro a perenzione, per inattività delle parti o, in alternativa, a pronuncia di cessazione della materia del contendere.

Roberta Romeo

Studio legale Egidi

Via Lomellina 31 -Milano -

Tel 02.28381582

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