milanGiorni cupi in casa Milan; agli insoddisfacenti risultati conseguiti finora in campionato (e sproporzionati in negativo rispetto alle attese generate dalla campagna acquisti dell'estate scorsa) si aggiunge il polverone sollevato da "La Stampa" circa presunte illegittimità consumate nella scorsa primavera in occasione della transazione che ha portato alla cessione della società rossonera nelle mani del magnate cinese Yonghong Li, dopo la trentennale gestione di Silvio Berlusconi.

I sospetti sulla correttezza dell'operazione erano rimasti fino allo scorso weekend confinati nell'ambito delle chiacchiere da bar in nome di una sanguigna (e spesso goliardica) rivalità calcistica. I titoloni comparsi sul quotidiano torinese (e seguiti dal resto della stampa nazionale) hanno però fatto esplodere una bolla il cui volume era già molto vicino al punto di latenza. L'oggetto del contendere, come noto, è l'entità del valore attribuito alla società di via Aldo Rossi (740 milioni di euro) ritenuto da più parti troppo elevato e quindi in grado, agli occhi degli esperti del settore, di occultare denaro di dubbia provenienza.

La questione ha ovviamente prodotto reazioni contrastanti. Se, fin da subito, è sembrato ordinario, per i non addetti ai lavori, subodorare qualche anomalia, tutte le parti coinvolte sono state chiamate ad esprimersi in modo più concreto. La famiglia Berlusconi ha ovviamente respinto ogni ipotesi di illecito, affermando la totale correttezza del passaggio di proprietà, la cui procedura si sarebbe sviluppata nel pieno rispetto della legge e della prassi; l'ex presidente del Milan ha poi bollato come una boutade giornalistica l'articolo de "La Stampa", la cui puntuale concomitanza con la campagna elettorale (in cui, seppur incandidabile, l'ex Cavaliere continua ad avere un ruolo) non può non insospettire. Una posizione analoga è stata assunta anche dalla controparte contrattuale; Yonghong Li ha infatti ribadito la trasparenza dell'operazione e la legittimità formale di tutti e ciascuno dei flussi di denaro, manifestando con una punta di indignazione la propria intenzione di tutelare la propria onorabilità.

Sotto il profilo della pura informazione, non sembra retrocedere di un passo la posizione de "La Stampa", che arricchisce il proprio convincimento suffragandolo con ulteriori dettagli di natura evidentemente investigativa relativi all'attività della Polizia valutaria (il cui coinvolgimento in transazioni così cospicue rientra nell'ordine delle proprie competenze) e della Procura di Milano. Quest'ultima, nella persona del Procuratore Capo, Francesco Greco (che peraltro nella mattinata di ieri ha incontrato Niccolò Ghedini, avvocato storico di Berlusconi) ha negato l'esistenza di un'inchiesta in corso di svolgimento sull'operazione; sembra dunque smentito, almeno dal punto di vista formale, l'avviamento di un vero e proprio procedimento di indagine da parte del pool facente capo a Fabio De Pasquale, magistrato responsabile dell'attività relativa ai reati di natura finanziaria.

L'intrigo, dunque, inizia ad assumere una fisionomia di confine tra il serio e il grottesco, in cui tutte le parti in causa mirano a tutelare la legittimità formale e sostanziale del proprio lavoro. Nel frattempo, pur con le difficoltà del caso, la palla passa a Gattuso, chiamato a proteggere i propri giocatori da condizionamenti esterni in vista della trasferta di domenica a Cagliari.

Gigi Bria