ortografia italiana

In quel tempo, tra le pagine dei quaderni regnava la disperazione. Gli anarchici dell'ortografia avevano ormai preso il potere. Avevano rinchiuso gli apostrofi in gabbia e avevano buttato via la chiave. Li accusavano di essere tristi, loro che pendevano sempre verso il basso, come cascate di lacrime.

Alcuni apostrofi, per di più, si erano coalizzati con i dittatori e si infilavano tra articoli indeterminativi e nomi maschili inizianti per vocali. Come spie, si infiltravano tra le pieghe della grammatica, per completare la cospirazione dall'interno. Gli accenti erano stati condannati all'esilio. Sempre in coppia, uno acuto e uno grave. Sembravano uguali, eppure erano così diversi. Chi riusciva a distinguerli, vedeva nei primi una minaccia: se erano acuti, non potevano che essere pericolosi come la punta di una spada. Gli altri, invece, in quanto gravi, non potevano far pensare a nulla di buono.

Le virgole subirono la decimazione di un olocausto, loro, che frapponendosi tra le parole, ne impedivano lo scorrimento rapido. Sembravano come quei pedoni che attraversano d'improvviso la strada, costringendo le macchine ad una frenata rumorosa.

La "i", invece, era sottoposta a brutali sevizie, stuprata nei femminili plurali e abusata come l'ultima delle meretrici. Lei, sempre orgogliosamente dritta, iniziava a sentire il peso della vergogna.

E infine la "h", già così penosamente castigata nel suo mutismo, col tempo sempre più timida, fino ad essere dimenticata. ma dei giovani paladini, penna in pugno e calamaio alla mano, indomiti come prodi appena sbucati dal medioevo, dischiusero le gabbie e convertirono gli infedeli.

Arrestarono l'esilio e restituirono la patria agli esuli. Penetrarono nei campi ed interruppero lo sterminio. Resero dignità alla povera "i" e restituirono il trono alla silenziosa "h".

Erano l'esercito del domani e avevano solo sei anni ciascuno.

Gigi Bria