Venerdì, Settembre 21, 2018

sharbat

Era il 1984. Steve vagava per un campo profughi in Pakistan. Era stato mandato lì dal National Geographic per ritrarre gli orrori della guerra. Non era nuovo a questo genere di esperienze.

Era già un fotografo affermato. Il suo talento gli aveva fatto imparare che prima di ogni scatto bisognava saper aspettare. Sarebbe stato il suo stesso "bersaglio" a regalargli lo scatto migliore possibile, non appena si fosse dimenticato della sua presenza.

Con lei non fu così. Gli occhi di Sharbat irruppero davanti all'obiettivo di Steve improvvisamente, più letali dei proiettili che fischiavano lì intorno. Non ci fu possibilità di aspettare. Fu come se lo sguardo di Sharbat avesse risucchiato la macchina di Steve. Fu come la calamita per il ferro. Lo scatto fu quasi inconsapevole. Gli occhi di lei avevano ordinato al dito di lui di scattare.

Click.

Venne il mese di giugno del 1985. Quell'immagine diventò una copertina. E poi un murales, un manifesto, una bandiera. Tutti si sono imbattuti almeno una volta negli occhi della ragazza afgana.
Forse solo un uomo di Philadelphia poteva scattare questa foto. Philadelphia, la città dell'amore fraterno. E, per naturale conseguenza, della sensibilità.

Forse solo una ragazzina che a sei anni aveva già perso i genitori durante la guerra e che poi aveva dovuto attraversare le montagne per scampare a qualcosa che non capiva, forse solo lei, poteva inchiodare gli occhi del mondo nei suoi.

Quegli occhi oggi sono un po' più stanchi e più pesanti. Sono molto più che tristi. Sono come gli occhi dei poeti, a cui non sfugge nulla. Continuano a guardare, cercando qualcosa che non trovano e che forse non esiste. Sono ancora gli occhi di Sharbat. Trent'anni dopo…

Gigi Bria

 

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