Giovedì, Febbraio 22, 2018

braveheart

Fino a poco tempo fa, in Piazzale Lodi, a Milano, c'era un cinema. Si chiamava "Maestoso" e il suo nome non lasciava minimamente presagire che un giorno potesse diventare uno dei tanti luoghi abbandonati e dimenticati di questa città.

Tra i tanti film che vidi lì, c'è anche "Braveheart" di Mel Gibson. Era il 1995 e avevo sedici anni. Ricordo che il film mi piacque. Molto, aggiungerei, forse per via della mia inspiegabile attrazione nei confronti degli eroi sconfitti. ma soprattutto, restai colpito dalla musica, un felice sposalizio di orchestra e cornamuse, in grado di abbracciare la storia, quasi più che di accompagnarla. Volevo sapere chi fosse l'autore di quella musica che ancora oggi, di tanto in tanto, mi sorprendo a fischiettare. Così, alla fine del film, nonostante le luci accese della sala invitassero gli spettatori a defluire, io rimasi seduto al mio posto, scandagliando con attenzione ogni voce degli interminabili titoli di coda e suscitando non poca irritazione negli addetti alla sala, costretti ad un'attesa ulteriore ed imprevista per via della curiosità di un ragazzino.

In genere l'autore delle musiche è accreditato verso la fine dei titoli, ma la mia pazienza fu ripagata. Il musicista si chiamava James Horner e, per quanto prima di allora si fosse già reso artefice di altre apprezzate composizioni, così come avrebbe continuato a fare successivamente, per me rimase "quello di Braveheart". Ieri se ne è andato, schiantandosi con il suo aereo, mentre da solo si godeva quella libertà che soltanto il cielo e il volo sono in grado di regalare. L'ultima parola che l'eroico William Wallace pronuncia nel film, prima di morire è proprio "libertà".

Forse davvero, allora, James Horner, per me, non potrà che rimanere "quello di Braveheart".

Gigi Bria

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