Lunedì, Luglio 23, 2018

aeroporto

Ogni volta che metto piede in un aeroporto, mi sento come al cinema, davanti ad uno di quei film corali in cui si intrecciano infinite storie che alla fine trovano un epilogo comune.

Passeggio per il terminal. Una ragazza in carrozzina ride di gusto con i suoi amici. Se dicessi che la invidio, sarei un ipocrita. In realtà mi vergogno di quanto poco credibili siano i miei sorrisi di fronte a quella risata che ha la potenza dell'autenticità. Quella ragazza vive e non si limita ad esistere. I nostri occhi si incrociano. Mi schiaffeggia da lontano senza smettere di sorridere. Non posso che abbassare lo sguardo e incassare la lezione.

Mi siedo ad un bistrot per mangiare qualcosa. Per un attimo mi passano davanti agli occhi i tetti di Parigi, ma qui di francese c'è solo la scritta sull'insegna. Vicino a me passa un uomo con un abito scintillante, che lui riempie benissimo. Io stasera mi sento molto elegante. Mi chiedo chi dei due lo sia di più e mi dichiaro vincitore. Ma so che non è vero.

Una ragazza, probabilmente dell'est e dalla bellezza quasi ingiusta, mi chiede in inglese se può sedersi al mio tavolo. Le rispondo di accomodarsi pure. Ha la finezza di non farmi notare la differenza tra il suo inglese e il mio, permettendomi di gonfiare il petto a seguito della mia modesta esibizione. Mi guardo intorno, per vedere se ci sono altri tavoli liberi. Non ce ne sono. Mi concedo l'illusione che lei abbia voluto sedersi proprio al mio, perché anche l'illusione può essere bellissima.

Vedo passare un giovanotto. Sembra scolpito nel marmo di Volterra. Esibisce un tatuaggio chilometrico, a dir poco coraggioso. Sì, coraggioso, perché un tatuaggio è per l'eternità e l'eternità non può che fare paura.

Un uomo parla al telefono, orgoglioso del suo dialetto salentino. Ho sempre trovato un'affinità tra il dialetto salentino e quello siciliano. Probabilmente non c'è, e in questo momento salentini e siciliani mi staranno insultando, ma non ci posso fare niente se il mio orecchio ha deciso così.

Si aggiunge un napoletano piuttosto appariscente e i decibel aumentano a dismisura. I napoletani sono così. Potrebbero recitare anche se fossero muti, cantare anche se fossero stonati. Sono nati per questo, prendere o lasciare. Io, anni fa, ho scelto di prendere.

Sei personaggi in cerca d'autore. O forse no. Loro non cercano nulla, sono io che ho necessità di raccontare, senza in verità dire niente. Avevo solo bisogno di ingannare il tempo. Ma il tempo è troppo furbo per lasciarsi ingannare da me.

Il volo che attendevo è atterrato. Chi aspetto, tra poco sarà qui…

Gigi Bria

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