Martedì, Maggio 22, 2018

falcone borsellino

«Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere» (Giovanni Falcone).

Non c'è italiano la cui età si aggiri intorno ai trent'anni, che non ricordi dove si trovasse esattamente nel mese di maggio di ventitré anni fa, quando la notizia si diffuse.


Io, per esempio, ero con i miei genitori a casa di amici, a Milano, in via Porpora. Non capivo con chiarezza cosa fosse successo, ma ricordo perfettamente l'espressione grave che prese forma sui visi dei "grandi". Sentivo parlare di giudici, di bombe e di mafia. Di morti. Ma che ne potevo capire io, di quelle parole così "adulte"? E mi figuravo voragini nell'asfalto, corpi dilaniati, lacrime e sangue, l'espressione più elementare delle mie paure di bambino.

Oggi, mi sento investito di uno spicchio di quell'eredità di responsabilità civica in quanto uomo, in quanto cittadino e in quanto insegnante. E, proprio in quest'ultima veste, mi accorgo che forse qualcosa da salvare ancora c'è, nei giovani studenti a cui troppo spesso e superficialmente si imputa una irreversibile indolenza. Tutti i ragazzi a cui durante una lezione mi ritrovi a chiedere se sappiano chi fosse Giovanni Falcone tendono a rispondere correttamente e senza difficoltà, benché a quell'epoca non fossero nemmeno ancora nati. E non importa che ignorino gli aspetti rivoluzionari del "metodo Falcone" a livello investigativo, dei traguardi raggiunti dal "pool antimafia" o delle infamità della "stagione dei veleni". Ciò che conta, è che ricordino l'uomo.

«Io accetto la... ho sempre accettato il... più che il rischio, la... condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre questi pericoli. Il... la sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in... in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me.
E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare... dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro» (Paolo Borsellino, luglio 1992).

Il ricordo che ho di quel giorno è molto limpido, benché avessi tredici anni ed una consapevolezza minima delle dinamiche del mondo.

Ero al mare. Era quella stagione della vita in cui le vacanze duravano più di due mesi. Tornavo dalla spiaggia insieme a mia madre. Mia nonna dal balcone ci gridò che avevano ammazzato pure quell'altro, e con l'espressione "quell'altro", nonna sostituiva un nome, un cognome ed un ruolo, che forse nemmeno conosceva o comprendeva bene, sapendo che noi avremmo capito perfettamente a chi alludesse.

Aggiunse che l'esplosione si era sentita fino al "novesimo" piano del palazzo. Ecco, il "novesimo". Nonna non aveva studiato, poverina. Era sempre stata impegnata a fare la contadina, a crescere le figlie e a tenere in piedi la casa. Ma quella scorrettezza lessicale conferiva a quella parola una poderosa efficacia, cosicché l'idea che ne seguiva soverchiava di gran lunga qualsiasi esigenza di purezza linguistica. Fu proprio il "novesimo" piano ad affondare saldamente le sue radici nella mia mente di ragazzino, perché raccontava molto più di un semplice "nono" piano, al punto tale di essere in grado, oggi, di unire il mio ricordo di nipote al mio ricordo di italiano.

Cosa rimane oggi di Paolo Borsellino? Rimane il ritratto di una figura quasi letteraria, in grado di richiamare l'eroe epico e la pietas di Enea, con la sua attitudine ad accettare un Fato impietoso e a sottomettersi ad esso. Ricorda l'eroe tragico di Alfieri, impotente di fronte ad un nemico invincibile. Rimanda all'eroe romantico dell'Ottocento, padre di nobili ideali e persuaso che tali ideali debbano sopravvivere agli individui che ne sono portatori. Rimane persino l'immagine del bravo figlio tipicamente italiano, che non rinuncia ad andare a trovare l'anziana madre, nonostante un'esistenza appesantita da mille impegni e disseminata di altrettanti pericoli.

Rimane l'immagine di un uomo solo in mezzo alla gente. Solo, nel cuore dello Stato.

«Un giudice vero fa quello che ha fatto Borsellino, uno che si trova solo occasionalmente a fare quel mestiere e non ha la vocazione può scappare, chiedere un trasferimento se ne ha il tempo e se gli viene concesso. Borsellino, invece, era di un'altra tempra, andò incontro alla morte con una serenità e una lucidità incredibili» (Antonino Caponnetto, maggio 1996).

Gigi Bria

 

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