battaglia campaldinoNella nostra rubrica ci siamo più volte occupati dei conflitti tra le fazioni guelfe e ghibelline, che hanno visto i comuni italiani essere continuamente in lotta tra loro dando vita a guerre fratricide e sanguinose battaglie. Tra queste ve ne fu una che, al di la di cause, svolgimento e conseguenze, ebbe la particolarità di vedere presente sul campo un personaggio di tutto rilievo nella storia d'Italia, di cui a breve sveleremo il nome.

E' l'11 giugno del 1289 quando i guelfi di Firenze (con i loro alleati guelfi di Pistoia, Lucca e Prato) e i ghibellini di Arezzo si confrontarono sul campo di battaglia di Campaldino dando luogo ad una memorabile battaglia di cui ora vedremo lo svolgimento.

I guelfi presero la via per Arezzo senza seguire l'itinerario più logico, ossia quello che li avrebbe condotti verso il nemico seguendo la via dell'Arno, ma passarono attraverso un percorso alternativo più difficile ed impegnativo, che li portò nella piana di casentino potendo così puntare contro la città nemica evitando le difese ghibelline che erano situate proprio nella valle dell'Arno; e probabilmente questa mossa inaspettata fu quella vincente per i guelfi, ancor prima delle scelte tattiche della battaglia stessa. Di conseguenza i ghibellini dovettero in fretta e furia abbandonare i loro apprestamenti difensivi per arginare l'avanzata nemica e dare battaglia nella piana di Campaldino (oggi presso il comune di Poppi, in provincia di Arezzo), anche per evitare che le truppe guelfe devastassero il territorio al loro passaggio.

I ghibellini disponevano di una possente cavalleria composta da ottocento sceltissimi cavalieri, ai quali i guelfi ne contrapponevano il doppio, ma di valore decisamente inferiore; le fanterie vedevano invece un leggero vantaggio numerico per i guelfi, che schieravano 10.000 uomini contro gli 8.000 ghibellini.

L'esercito guelfo si schierò sulla difensiva con la cavalleria schierata al centro a formare due linee e alle ali furono disposte le fanterie rafforzate da nuclei di balestrieri. I cavalieri ghibellini attaccarono subito con impeto contro il centro delle linee guelfe, le quali però resistettero e la battaglia divenne una serie di scontri di minore dimensione, quasi dei duelli; nel frattempo i balestrieri guelfi tiravano da vicino ed efficacemente contro i ghibellini mietendo numerose vittime. Ad un certo punto avvenne il fatto che decise le sorti della battaglia. Il comandante della riserva guelfa, il podestà di Pistoia Corso Donati, decise di venire meno agli ordini ricevuti ossia di rimanere in riserva per proteggere un eventuale rotta, e caricò invece sul fianco destro i ghibellini i quali si trovarono, dopo aver fallito il tentativo di sfondare le linee guelfe, ad essere infine accerchiati. Guido Novello, comandante della riserva ghibellina, decise di non intervenire, forse giudicando ormai la battaglia irrimediabilmente perduta, e si ritirò presso il castello di Poppi; la battaglia ebbe così termine con la vittoria guelfa.

Come sempre alla fine delle cruente battaglie tra guelfi e ghibellini, cominciò la caccia al nemico sconfitto e alla fine i ghibellini ebbero quasi 1.800 morti, tra i quali Guglielmo degli Ubertini vescovo di Arezzo e loro comandante, mentre molti altri furono presi prigionieri e non fecero più ritorno a casa; i guelfi persero in tutto 300 uomini. E ora, dopo questa schiacciante vittoria, Firenze si apprestava a diventare la città più potente della Toscana.

Ma veniamo ora al personaggio cui abbiamo accennato in apertura e che forse non tutti sanno essere stato sul campo di battaglia di Campaldino, un grande letterato che della battaglia parlò poi nella sua più famosa opera, anzi nella sua Commedia. Eh sì, perché tra i cavalieri fiorentini che parteciparono allo scontro di Campaldino vi era proprio colui che diverrà poi noto come il padre della lingua italiana, quel Dante Alighieri che in quello scontro brandì le armi per la grandezza della sua Firenze.

Marco Ammendola