messina 1848Più volte nella nostra rubrica ci siamo occupati delle rivoluzioni del '48-'49, ossia quel periodo che vide tutta la penisola sollevarsi contro l'occupante straniero e i tiranni che con i loro regimi dispotici soffocavano il nascente desiderio libertà e di appartenenza a quella patria comune a cui gli italiani aspiravano; con le nostre narrazioni siamo stati dietro le barricate delle Cinque Giornate di Milano, abbiamo vissuto l'eroismo dei bresciani che si sono ribellati alla tirannia austriaca, ed abbiamo conosciuto i principi di giustizia ed uguaglianza che hanno ispirato la stesura della costituzione della Repubblica Romana. Va però sottolineato che il Quarantotto partì dal sud, da quella Sicilia da sempre insofferente nei confronti della monarchia borbonica, contro la quale più volte si ribellò. Fu infatti da Palermo che, il 12 gennaio del 1848, originò la scintilla che diede fuoco alle polveri in tutta Sicilia e da li in tutta Italia: cacciata la guarnigione borbonica, i capi della rivolta (tra i quali vi era Francesco Crispi) diedero vita ad un governo che dichiarò decaduta la monarchia borbonica e proclamò la nascita del Regno di Sicilia, avente come vessillo il tricolore italiano e il cui ordinamento era retto da una costituzione basata sui principi della democrazia rappresentativa; la corona fu poi offerta a Ferdinando di Savoia, secondogenito del re di Sardegna Carlo Alberto, e fratello di quel Vittorio Emanuele che nel 1861 diverrà primo re d'Italia. Le truppe borboniche furono poi cacciate via via da tutta l'isola.

La Sicilia si era quindi liberata dell'oppressore borbonica, con l'unica eccezione di Messina, e questo per il semplice motivo che la città era dominata da una munitissima cittadella militare, ossia un'enorme fortezza posizionata strategicamente in maniera che potesse dominare sia la città che il porto, e che poteva ricevere continui rifornimenti via mare rendendo così vano ogni tentativo di assedio.

Ciò nonostante Messina insorse così come tutto il resto dell'isola, ma mentre nelle altre località i borbonici furono rapidamente cacciati, la presenza della cittadella rese la lotta estremamente difficile: i messinesi erano decisi a cacciare i borbonici così come era stato nelle altre città siciliane, ma da Napoli era giunto l'ordine di tenere Messina a tutti i costi, al fine di poterla utilizzare come testa di ponte per la futura riconquista dell'intera Sicilia.

Fu alla fine di quel fatidico gennaio del 1848 che Messina insorse, e la risposta borbonica fu il cannoneggiamento della città con i 300 cannoni della cittadella, nel tentativo di piegare la volontà di resistenza dei cittadini. E difatti dopo giorni di un durissimo bombardamento, i soldati mossero dai loro acquartieramenti convinti di avere facilmente ragione di una popolazione che si aspettavano atterrita e scossa dal terribile bombardamento subito. Ma i borbonici ebbero una brutta sorpresa, trovandosi di fronte una cittadinanza per nulla piegata e, anzi, decisissima a resistere; e difatti i soldati furono ricacciati nelle loro posizioni di partenza, sopraffatti dalla tenacia dei cittadini messinesi. E' il 29 gennaio 1848.

A questo punto i borbonici erano stati ridotti all'interno della cittadella, ma ora per i messinesi la partita si faceva davvero dura: il loro coraggio e la loro eroica ostinazione potevano ben poco contro le mura fortificate e i cannoni della fortezza nella quale i soldati si erano asserragliati.

I cittadini messinesi riuscirono a prendere alcune delle fortificazioni minori della città e ad impadronirsi di alcuni cannoni, ma i danni che potevano causare alle massicce fortificazioni della cittadella erano minimi, mentre i cannoneggiamenti che dalla cittadella stessa colpivano l'abitato erano ingenti e le vittime numerose.

Fra tregue e riprese della lotta, i mesi passavano ma i rivoltosi non avevano l'artiglieria che sarebbe stata necessaria per avere ragione di una così munita fortificazione come la Cittadella, e prenderla d'assalto era impensabile. E questo mentre da Napoli ci si preparava alla riconquista dell'isola ribelle.

Il re delle Due Sicilie Ferdinando II affidò al suo miglior generale, Carlo Filangieri (veterano dell'esercito napoleonico), la riconquista della Sicilia: con una forza di 18.000 uomini (più i 5.000 asserragliati nella cittadella) e 450 cannoni, il generale Filangieri si preparava a riprendere il controllo di Messina. Gli eroici messinesi potevano opporre una forza di 6.000 uomini scarsamente addestrati ed armati alla meglio, e pochi cannoni.

Il 3 settembre vi fu l'attacco delle forze di Filangieri contro la città, e nella loro avanzata i soldati del re di Napoli si accanirono contro la popolazione civile, la quale diede esempio di coraggio ed accanimento encomiabili, costringendo le preponderanti forze borboniche a ritirarsi. La risposta dei borbonici fu un indiscriminato bombardamento che si protrasse per ben cinque giorni e che rase al suolo interi quartieri della città. A questo punto Filangieri attaccò nuovamente (è il 6 settembre), sia facendo uscire i soldati dalla cittadella, sia con uno sbarco appoggiato dalle artiglierie delle navi della flotta borbonica che cannoneggiavano la città dal mare. Ma incredibilmente l'offensiva borbonica fu, nonostante la sproporzione di numero e di mezzi, anche questa volta respinta. Il giorno dopo Filangieri ordinò un nuovo assalto, appoggiato dall'artiglieria che colpiva le posizioni tenute dai messinesi anche con bombe incendiarie, mentre la fanteria avanzava con l'ordine di uccidere chiunque trovasse. I messinesi resistettero valorosamente ma il vantaggio numerico dei borbonici permetteva loro di far affluire sempre nuovi rincalzi, e così i capisaldi dei rivoltosi caddero uno ad uno.

I soldati borbonici avanzavano e nel farlo si lasciarono andare ad una brutalità estrema, incendiando case e uccidendo chiunque capitasse loro a tiro; persino l'Ospizio di Collereale fu dato alle fiamme e vecchi e malati che vi si trovavano furono uccisi a baionettate, mentre l'ospedale cittadino fu anch'esso incendiato e molti dei malati vennero arsi vivi. Alla fine cadde l'ultimo baluardo della difesa messinese, il convento della Maddalena, e gli ultimi superstiti dell'eroica lotta preferirono suicidarsi piuttosto che cadere nelle mani degli odiati borbonici. La sera del 7 settembre la battaglia poté dirsi conclusa, anche se la città fu cannoneggiata per ben altre otto ore dopo la resa degli insorti, venendo in gran parte rasa al suolo, con ingentissimi danni all'enorme patrimonio storico ed artistico della città.

La battaglia era conclusa, ma non il calvario dei cittadini messinesi. I soldati borbonici sfogarono la loro voglia di vendetta sulla popolazione, uccidendo numerosi civili, vecchi e bambini compresi, arrivando persino a violentare donne dentro le chiese nelle quali avevano invano cercato di trovare rifugio. L'orrore fu tale che fece scalpore in tutta Europa e molti governi condannarono apertamente l'operato dell'esercito borbonico. Naturalmente le relazioni ufficiali di parte borbonica minimizzano le violenze, così come le stime dei caduti delle due parti sono rese estremamente imprecise e difficili, data la ritrosia da parte borbonica ad ammettere che una popolazione civile ribelle abbia reso tanto dura e sanguinosa la riconquista della città da parte di una forza regolare ben più numerosa ed armata. Comunque le stime parlano di circa 3.000 tra morti e feriti messinesi a circa altrettanti borbonici.

Una volta presa Messina, Filangieri partì col suo esercito alla riconquista di tutta la Sicilia: il 7 aprile 1849 fu presa Catania e il 14 cadde Palermo. E dopo la sconfitta militare seguì la repressione.

Si conclude qui il racconto di quella epica lotta che, sebbene segnata dalla sconfitta, ha visto i valorosi cittadini messinesi prodigarsi contro forze soverchianti per numero e per mezzi, riuscendo a resistere per ben otto mesi. Quella lotta, la lotta di Messina contro l'odiato oppressore borbonico, merita di essere conosciuta al pari delle ben più note Cinque Giornate di Milano e delle Dieci Giornate di Brescia, perché assieme ad esse, così come ad altri episodi di resistenza contro lo straniero e contro la tirannide, rappresenta quanto grande sia stata la forza di abnegazione e lo spirito di sacrificio di tutto il popolo italiano che fu, molto più di quanto generalmente si pensi o si dica, protagonista in prima linea nella lotta per la libertà, l'indipendenza e l'Unità d'Italia.

Marco Ammendola