Federico Barbarossa nella miniatura di un manoscritto (Biblioteca Vaticana)

Come risaputo, l'Italia centro-settentrionale è stata la culla della civiltà comunale, che vide l'affermarsi di realtà cittadine che nella fase storica successiva avrebbero generato le signorie dalle quale avrebbero poi tratto origine gli stati italiani di epoca rinascimentale. Naturalmente (e nella nostra rubrica ce ne siamo occupati più volte), le città italiane rivaleggiavano generalmente per ragioni economiche e commerciali, e tali rivalità degeneravano spesso in scontri armati.

Ma il territorio del nord Italia era pur sempre parte di quel vasto territorio che fin dai tempi di Carlo Magno vedeva nell'Imperatore la suprema autorità laica alla quale i comuni del nord Italia erano sottoposti; la vertiginosa crescita economica delle città italiane avvenuta tra il XI ed il XII secolo, era stata però accompagnata ad un crescente desiderio di affrancamento dal potere imperiale, detenuto tra l'altro da sovrani di stirpe tedesca. Inizialmente l'autorità imperiale si mostrò sostanzialmente indifferente alla questione e di conseguenza, data la scarsa presenza del potere centrale, le città che potevano giocare un ruolo egemonico fecero valere la propria supremazia sottomettendo i comuni rivali, i quali si trovarono a dover chiedere l'intervento imperiale per far cessare le angherie alle quali erano sottoposte.

Milano fu la città che giocò il ruolo dominante, e la sua volontà di predominio sulle città vicine (particolarmente Lodi, Como e Pavia), indusse l'imperatore Federico detto il Barbarossa a discendere in Italia col proprio esercito per ripristinare l'ordine e l'autorità imperiale. E il perché di questi interesse per l'Italia da parte dell'imperatore è presto detto: nell'impero la forza militare stava in Germania, nella tradizionale potenza dell'esercito e soprattutto nella temutissima cavalleria pesante dell'imperatore; ma la forza economica dell'impero era a sud delle Alpi, in quella penisola italiana che i commerci mediterranei avevano reso una terra ricca, di una ricchezza però i cui proventi erano recentemente sfuggiti al controllo imperiale. E, non dimentichiamolo, in Italia c'era il papa, che con l'imperatore si disputava il diritto di nominare i vescovi tedeschi.

Nell'autunno del 1154 l'imperatore giunse quindi in Italia con un piccolo contingente con il quale sottomise alcune città del nord Italia (su richiesta di Pavia assediò e sconfisse Tortona, fedele alleata di Milano) e annullò le acquisizioni fatte da Milano negli anni precedenti; fu quindi ben chiaro il cambiamento di politica da parte dell'Impero: il Barbarossa, a differenza dei suoi predecessori, non avrebbe tollerato atti di ribellione da parte delle città sottoposte all'autorità imperiale. Infine l'imperatore convocò una dieta nella cittadina di Roncaglia (frazione di Piacenza) nel dicembre del 1154, alla quale parteciparono i rappresentanti imperiali, quelli dei comuni, e gli emissari di papa Adriano IV; nell'occasione fu ribadita l'autorità imperiale nel nord Italia e fu stabilita la fine dell'egemonia milanese sugli altri comuni lombardi, oltre a stabilire pesanti tributi che le città ribelli avrebbero dovuto pagare all'imperatore.

Ma Milano e i comuni suoi alleati non avevano alcuna intenzione di cedere alla prepotenza dell'imperatore, sicché il Barbarossa dovette compiere una nuova spedizione nel 1158; Brescia (da sempre alleata di Milano) fu sottomessa e in settembre Milano fu attaccata, ma si arrese subito per evitare l'assedio. L'imperatore convocò una nuova dieta, sempre a Roncaglia, in cui fu nuovamente ribadita con forza l'autorità imperiale, fu fatto divieto assoluto ai comuni di stabilire alleanza tra di loro e, naturalmente, un ulteriore appesantimento del carico fiscale. Ma questa volta i comuni non accettarono le imposizioni imperiali e si ribellarono immediatamente, scatenando l'ira del Barbarossa che decise di punirli in maniera esemplare: Milano fu assediata ed il 1° marzo del 1162 venne rasa al suolo, ed eccezione delle chiese (Federico Barbarossa era pur sempre un imperatore cristiano).

La stessa sorte era già toccata a Crema nel gennaio del 1160, mentre le città ribelli di Novara, Asti e Tortona furono incendiate. Da notare poi che i primi ad entrare a Milano deserta per saccheggiarla e distruggerla (il Barbarossa aveva concesso ai milanesi di lasciare la città prima che venisse distrutta), furono i soldati dei comuni nemici di Milano che combattevano tra le fila imperiali, ossia Cremona, Pavia, Como e Novara. Ora, forte del crudele esempio dato a chi osava ribellarsi alla sua autorità, l'imperatore impose lo scioglimento degli organi comunali delle città italiane, ponendo quindi fine ad ogni barlume di autonomia, ed impose per ognuna di esse un podestà di nomina imperiale che rispondeva direttamente all'imperatore. Ma era destino che l'Italia dovesse dare dei grattacapi al Barbarossa, e difatti nel 1163 fu la volta della Lega Veronese (Verona, Padova, Vicenza e Treviso, spalleggiati da Venezia), che mise in discussione l'autorità imperiale; ma l'imperatore non disponeva di forze sufficienti ad affrontarle e tornò in Germania.

Arriviamo quindi alla fine del 1166, quando il Barbarossa discese in Italia per la quarta volta, ma non per affrontare la Lega Veronese, ma bensì per puntare direttamente su Roma. Difatti il Barbarossa parteggiava per l'antipapa Pasquale III, il quale aveva scalzato il papa legittimo Alessandro III (quest'ultimo, esule in Francia scomunicò il Barbarossa), che era però tornato a Roma dopo aver ottenuto l'appoggio degli altri sovrani europei; l'imperatore giunse quindi a Roma, ma il poderoso esercito che aveva condotto dalla Germania fu colpito da un'epidemia (forse di malaria) ed egli fu costretto a tornare nel nord Italia nell'agosto del 1167. Qui difatti, manco a dirlo, i comuni lombardi si erano nuovamente ribellati, creando quella coalizione (sedici città in tutto, compresa Milano ricostruita) che prese il nome di Lega Lombarda, nata ufficialmente durante una cerimonia di giuramento avvenuta a Pontida il 7 aprile del 1167. Va però precisato che non esistono documenti ufficiali dell'epoca che dimostrino che il giuramento di Pontida sia realmente avvenuto.

Comunque la Lega Lombarda prese effettivamente corpo e si ampliò con l'adesione dei comuni della Lega Veronese (il 1° dicembre dello stesso anno), più altre città che aderirono in seguito. Alla fine le città che aderirono all'alleanza furono in tutto 35. L'imperatore decise quindi di affrontare la coalizione dei comuni ribelli, ma le continue nuove adesioni dei comuni del nord Italia alla Lega lo misero in grave difficoltà, per cui decise di tornarsene in Germania nel 1168. La Lega quindi, forte dell'appoggio del papa Alessandro III, riuscì a mettere in crisi il Barbarossa, ed in onore del Papa fu fondata una nuova città dal nome di Alessandria; e a questo punto, con il pontefice che si era apertamente schierato con i comuni ribelli, il confronto cambiava decisamente di significato, non essendo più relativo alla sola questione dell'emancipazione dei comuni italiani dall'autorità imperiale, ma avendo ormai assunto la valenza del solito eterno conflitto tra papato ed impero, tipico di quella fase del Medioevo.

Ma l'aver fondato una nuova città senza il consenso imperiale fu uno smacco troppo grande per l'imperatore, il quale decise di farla finita una volta per tutte con quei turbolenti comuni italiani. Nel 1174 il Barbarossa discese quindi in Italia per la quinta volta, puntando direttamente proprio contro Alessandria, ma nell'aprile del 1175 dovette interrompere il lungo assedio, che non riusciva a piegare la città, e si ritirò nella fedelissima Pavia. A questo punto venne intavolata una trattativa tra l'imperatore e la Lega, ma verso la fine dell'inverno del 1176 le città alleate ruppero le trattative, essendo venute a sapere che dalla Germania non sarebbero giunti i rinforzi che nel frattempo l'imperatore aveva richiesto. Ora lo scontro aperto tra il Barbarossa e l'esercito delle città della Lega era inevitabile: la disputa avrebbe trovato una definitiva soluzione sul campo di battaglia.

 

Marco Ammendola