battaglia di legnanoNello scorso articolo abbiamo visto le cause del difficile rapporto tra l'imperatore Federico Barbarossa e i Comuni del Nord Italia, e seguendo le tappe delle varie discese dell'imperatore in Italia, siamo arrivati alla quinta ed ultima venuta, che si concluderà con quella battaglia che per gli italiani ha assunto il ruolo di un vero e proprio mito, ossia quello scontro che ebbe luogo presso la cittadina di Legnano il 29 maggio del 1176. Vediamo quindi le forze in campo, lo svolgimento della battaglia e le sue conseguenze.

Il nucleo dell'esercito imperiale era costituito dalla cavalleria pesante, specializzata nell'attaccare in formazione serrata in piccole formazioni compatte di trenta cavalieri; la prima fila era costituita dai cavalieri più pesantemente corazzati, armati di lancia, che fungevano da elemento di sfondamento, seguiti da altri meno pesanti, che ingaggiavano il combattimento ravvicinato a sfondamento avvenuto. A legnano l'imperatore disponeva di circa 3.000 cavalieri. Le fanterie erano limitate numericamente, costituite dai contingenti forniti dai comuni italiani rimasti fedeli (i fanti a disposizione del Barbarossa erano in gran parte comaschi).

L'esercito della lega era costituito da 900 cavalieri Milanesi, 50 cavalieri provenienti da Lodi, 200 da Piacenza, 300 da Vercelli, ed un numero di fanti imprecisato (soprattutto milanesi), ma ragionevolmente stimabile attorno alle 10.000 unità. Questi erano cittadini armati di falci e roncole fissate a pali di legno, utili per colpire a distanza i cavalieri nemici. A guidare le forze della Lega era il Milanese Guido da Landriano.

La mattina del 29 maggio l'esercito della lega si stava dirigendo verso Legnano, nella convinzione che l'esercito imperiale fosse ancora distante in attesa di rinforzi dalla Germania; invece il Barbarossa si era accampato presso Cairate, sul fiume Olona, e quella stessa mattina si era messo in marcia. I primi a giungere a legnano furono i cavalieri della Lega, un'aliquota di 700 effettivi (milanesi e bresciani) che stavano perlustrando la zona ignari della presenza concomitante delle forze imperiali, la cui avanguardia di 300 cavalieri si trovò a contatto con gli italiani; saputo della presenza del nemico, il Barbarossa decise di intervenire guidando personalmente la carica del resto della sua cavalleria, determinando la rotta degli avversari. A questo punto il Barbarossa, constatato che il grosso della cavalleria nemica si era dato alla fuga, decise di attaccare le fanterie comunali, riunite attorno al famoso Carroccio in un ampio semicerchio.

Già, ma in cosa consisteva il mitico carroccio e quale funzione aveva? Si trattava di un carro a quattro ruote trainato da buoi, che portava una croce, un altare, una campana e le insegne cittadine, simbolo delle autonomie comunali; su di esso prendevano posizione i trombettieri che con gli squilli delle loro trombe facevano giungere ai soldati gli ordini impartiti dal comandante. Il carroccio aveva un forte ruolo simbolico, essendo il riferimento fondamentale dell'esercito comunale durante una battaglia, e i soldati del comune di appartenenza vi si disponevano ad estrema difesa: la sua presa da parte del nemico stava a significare la definitiva sconfitta.

Vi furono quindi una serie di cariche da parte della cavalleria tedesca, la quale non riuscì a sfondare le linee della fanteria comunale, i cui soldati si batterono con un imprevisto accanimento, permettendo in tal modo alla cavalleria della lega di imbastire un contrattacco; la cavalleria comunale caricò attaccando e travolgendo quella tedesca, tanto che lo stesso Barbarossa cadde da cavallo. Dopo il turbamento dato dal mancato sfondamento delle linee della fanteria comunale, quello della caduta del loro imperatore fu un colpo mortale al già vacillante morale dei tedeschi. I fieri cavalieri dell'esercito imperiale si diedero alla fuga verso il Ticino, tallonati dalle forze della Lega: molti cavalieri tedeschi furono uccisi e molti altri affogarono nel tentativo di passare il fiume, appesantiti dalle loro possenti armature.

I superstiti dell'esercito imperiale riuscirono a trovare rifugio nella fedele Pavia, portando la notizia della morte dell'imperatore; il quale però era invece ancora vivo, essendo riuscito a fuggire dal campo di battaglia di Legnano e a raggiungere a piedi Pavia, malconcio e ferito nell'orgoglio. Intanto le forze della Lega saccheggiarono il campo tedesco mettendosi in tasca un ricco bottino, comprensivo di molti cavalieri tedeschi di alto rango presi prigionieri (tra i quali alcuni parenti del Barbarossa), e diverse centinaia di comaschi.

Due parole poi sulla famosa “compagnia della morte” facente parte della Lega. Si sarebbe trattato di una forza di 900 cavalieri, 300 fanti e carri falcati (dotati di lame sulle ruote) ciascuno dei quali portava dieci giovani scelti, che un giuramento obbligava a non fuggire e piuttosto a morire sul campo. Si sarebbe trattato, dato che non esistono fonti attendibili che certifichino l'esistenza né dei cavalieri, né dei fanti, né dei carri falcati; e tanto meno del loro mitico comandante Alberto da Giussano. Probabilmente è stato tutto frutto di una mitizzazione dell'evento avvenuta in epoca successiva alla battaglia.

A ben guardare Legnano non è stata una grande battaglia, soprattutto in considerazione dei numeri relativi alle forze coinvolte; ma quella battaglia, nata per caso dato che nessuna dei due l'aveva programmata in quel posto ed in quel momento, ebbe un esito di portata epocale per le sorti dell'Italia nel nord.

Dopo la sconfitta di Legnano Federico Barbarossa dovette rinunciare alle pretese di dominio sulle città del nord Italia, e la successiva pace di Costanza, siglata il 25 giugno del 1183, sancì la vittoria della Lega. L'imperatore concesse ai comuni forti autonomie in ambito giuridico, politico ed amministrativo, rinunciando alla nomina dei podestà in favore del riconoscimento delle autorità comunali nominate dai cittadini; tali autorità dovevano comunque giurare fedeltà all'imperatore, dal quale ricevevano formalmente l'investitura. Rimaneva comunque l'obbligo da parte dei comuni di pagare una certa quota di tasse alle casse imperiali e il diritto dell'imperatore ad intervenire sulle questioni di importanza rilevante. Insomma, fu trovato un compromesso che permetteva ai comuni di avere la tanto agognata autonomia, ma sotto forma di concessione imperiale, il che rappresentava un modo onorevole per l'imperatore di porre fine alla questione. Il territorio del nord Italia continuava quindi a rimanere parte integrante dell'impero, ma ora i comuni si vedevano riconoscere dall'imperatore quell'autonomia alla quale avevano aspirato e per la quale avevano combattuto e vinto.

La vittoria di Legnano portò quindi dei veri vantaggi per i comuni dell'Italia del nord? La vittoria militare in sé stessa fu veramente gloriosa, avendo visto le armate comunali italiane sbaragliare la temutissima e potentissima cavalleria tedesca dell'imperatore; ma ragionando sul lungo periodo, le considerazioni sulle conseguenze della battaglia di Legnano portano a pensare che esse non furono del tutto positive.

La vittoria della Lega confermò quella situazione di frammentarietà del territorio del nord Italia, che vide i comuni riprendere le lotte tra di essi immediatamente dopo la conclusione della lotta contro l'imperatore; le lotte intestine videro poi la fine delle libertà comunali e l'affermazione del potere signorile nei secoli successivi. I comuni avevano impedito la realizzazione del disegno unificatore del Barbarossa, ma non erano riusciti a mettere in campo un'alternativa politica che potesse dar vita ad una unificazione di quel territorio del nord Italia, in cui gli interessi particolari immediati prevalsero su quello che sarebbe dovuto essere un disegno politico di lungo periodo.

Per quanto riguarda Federico Barbarossa, sconfitto ed umiliato a Legnano dalle forze comunali italiane, trovò la morte partecipando alla Terza Crociata: annegò mentre attraversava il fiume Salef in Cilicia (Turchia) il 10 maggio del 1190. Ma alcuni anni prima, nel 1186, il Barbarossa aveva ottenuto un successo politico e diplomatico di enorme rilevanza, riuscendo a celebrare il matrimonio tra il figlio Enrico (il futuro Enrico VI) con Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II (re normanno di Sicilia); fu così sancita l'unione del meridione d'Italia all'impero, unione che troverà la sua personificazione nel figlio di Enrico e Costanza, colui che passerà alla storia come uno dei più grandi imperatori di sempre del Sacro Romano Impero: Federico II di Svevia.

Marco Ammendola