Giovedì, Ottobre 18, 2018

disfida di barlettaCon questo articolo continuiamo ad occuparci dei capitani di ventura italiani di epoca rinascimentale, e lo facciamo parlando di un famoso episodio accaduto nei primo del Cinquecento in Italia, con la famosa Disfida di Barletta.

Inquadriamo intanto l'episodio nel contesto storico, ossia la contesa tra Francia e Spagna per il controllo del meridione d'Italia. Nel 1502 le due potenze cominciarono a guerreggiare a causa del disaccordo nato tra di esse relativamente alla diversa interpretazione del trattato che sanciva la spartizione dei territori dell'Italia meridionale; i due eserciti erano comandati da Consalvo de Cordova per gli spagnoli e Louis d'Armagnac per i francesi. Come spesso accadeva in quell'epoca di scontri cavallereschi, le contese tra due eserciti si risolvevano organizzando duelli tra cavalieri.

Accadde infatti che nel 1503 un gruppo di francesi venne preso prigioniero dagli spagnoli al termine di uno scontro in campo aperto; i prigionieri vennero portati a Barletta, quartier generale delle forze spagnole, e qui invitati ad un banchetto indetto in loro onore da Consalvo de Cordoba. Bene, durante tale banchetto il nobile francese Charles de Torgues, soprannominato Guy de la Motte, mise in dubbio il valore dei cavalieri italiani (militanti sotto le insegne spagnole), accusandoli di essere dei codardi. Si accese la disputa con gli spagnoli che difendevano il valore che gli italiani avevano sempre dimostrato servendo sotto il loro comando, ed alla fine si decise risolvere la contesa organizzando un duello in piena regola tra francesi ed italiani: tredici cavalieri francesi si sarebbero battuti contro altrettanti cavalieri italiani il giorno 13 febbraio nella piana tra Andria e Corato; il riscatto per ogni sconfitto preso prigioniero fu stabilito in cento ducati.

A guidare gli italiani vi sarebbe stato il noto capitano di ventura Ettore Fieramosca (da Capua), il quale prese contatti con i più noti e valenti capitani italiani dell'epoca:

Francesco Salamone (Messina)

Marco Corollario (Napoli)

Riccio da Parma

Guglielmo Albimonte (Palermo)

Mariano Abignente (Sarno -Salerno-)

Giovanni Capoccio (Tagliacozzo -L'Aquila-)

Giovanni Brancaleone (Genazzano -Roma-)

Ludovico Abenavoli (Capua)

Ettore Giovenale (Roma)

Fanfulla da Lodi

Romanello da Forlì

Ettore de' Pazzis (Troia -Foggia-)

A capo della fazione francese vi era naturalmente Guy de la Motte, e questi erano i nomi dei cavalieri d'oltralpe:

Marc de Frigne

Girout de Forses

Claude Grajan d'Aste (secondo alcuni in realtà un italiano, tale Graiano d'Asti)

Martellin de Lambris

Pierre de Liaye

Jacques de la Fontaine

Eliot de Baraut

Jean de Landes

Sacet de Sacet

François de Pise

Jacques de Guignes

Naute de la Fraise

I cavalieri delle due parti si disposero in fila contrapposte con lancia in resta (era quest'ultima un uncino fissato sulla piastra pettorale dell'armatura, sul quale veniva appoggiata la lancia per migliorarne stabilità e forza d'urto). Dopo la prima carica due italiani furono disarcionati, ma riuscirono ad abbattere i cavalli dei francesi costringendo questi ultimi ad appiedarsi; intanto Fieramosca aveva puntato dritto su de la Motte disarcionandolo. Lo scontro continuò con le spade, fino a quando gli italiani riuscirono a ferire e catturare tutti i francesi.

La vittoria italiana fu quindi netta, ma i francesi, sicuri che sarebbero riusci a battere i cavalieri italiani, non avevano portato con loro i soldi per il riscatto, per cui furono portati a Barletta, dove furono derisi e denigrati dalla cittadinanza, e Consalvo de Cordova pagò i riscatti di tasca propria. La vittoria italiana fu celebrata con grandiosi festeggiamenti dalla popolazione di Barletta (oltre che in tutto il resto d'Italia), con tanto di messa di ringraziamento.

Gloria quindi per quei tredici cavalieri italiani che lavarono l'onta dell'offesa arrecata dai francesi. A ben guardare però il fatto, inquadrato nel suo contesto storico, ribadiva una situazione in atto che per l'Italia e gli italiani era tutt'altro che da celebrare; i cavalieri italiani che vinsero la disfida si inserirono nella contesa tra due potenze, Francia e Spagna, che si contendevano il dominio di un'Italia che per i successivi due secoli e mezzo sarebbe stata campo di battaglia e terreno di conquista per gli eserciti stranieri.

Va poi fatto notare da quando avvenne, ossia da secoli, la Disfida assunse un forte valore simbolico, tanto che in passato vi furono vere e proprie dispute sull'attribuzione del luogo esatto dello scontro; secondo alcuni il nome più corretto sarebbe “Disfida di Trani”, secondo altri “Disfida di Andria”. Ma i cittadini di Barletta hanno sempre tenuto moltissimo a che la loro città continui ad essere associata alla storica Disfida, tanto che il 10 novembre del 1931, in occasione di una disputa su dove allocare un monumento celebrativo, vi furono degli scontri con i carabinieri e ci scappò persino il morto, anzi due.

E la Disfida di Barletta verrà poi abbondantemente celebrata in epoca risorgimentale quale esempio di un popolo diviso, quello italiano ovviamente, che si batte contro lo straniero per affermare il proprio onore e la propria identità; così come celebratissimo sarà il Fieramosca, al quale Massimo d'Azeglio dedicherà un' opera letteraria relativa alla Disfida, gli verranno intitolate una scuola a Barletta, navi da guerra e un sottomarino, la locale rivista informativa di Barletta, oltre ad opere musicali e svariate realizzazioni cinematografiche che narrano del capitano di ventura e dell'impresa che seppe compiere quel giorno insieme ai suoi compagni d'arme.

Marco Ammendola

comments

CULTURA

RICETTE

MISTERI

FASHION