Venerdì, Ottobre 19, 2018

caso moro via faniIn occasione del 40° anniversario del sequestro e dell’assassinio del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro e degli uomini della scorta, La Voce ripercorrerà settimanalmente, a partire da oggi e sino al 9 maggio, le fasi salienti del caso. Il reportage a puntate sarà curato dal nostro caporedattore, Antonio Marino. Un doveroso omaggio alla memoria dello statista, dei Carabinieri e degli Agenti di Polizia della sua scorta, per non dimenticare quei giorni drammatici della storia italiana.

La Voce

Sono trascorsi 40 anni da quella mattina del 16 marzo 1978, quando a Roma, in Via Mario Fani, raffiche di mitra e colpi di pistola posero uno spartiacque sulla storia italiana: era stato messo in atto l’attacco al cuore dello Stato. Ad esserne artefici, le Brigate Rosse che decisero di alzare l’asticella della lotta armata, sequestrando prima ed uccidendo poi, dopo 55 giorni, uno degli uomini-simbolo di quegli anni della Prima Repubblica: il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro.

Per meglio capire come si contestualizzò quell’azione nella politica del Paese, occorre una doverosa premessa che per molti versi, trova analogie con i giorni attuali. Mi riferisco ovviamente alle fasi politiche e non ad atti di terrorismo che, fortunatamente, sembrano ormai appartenere al passato. Anche in quel periodo, le urne avevano consegnato due vincitori e come in quel periodo, anche oggi si discute per costituire il governo ed infine, come in quel periodo, il Paese era diviso.

andreottiQuella mattina alla Camera dei Deputati, la discussione parlamentare aveva all’Ordine del Giorno, la fiducia al Governo Andreotti e più precisamente, il quarto governo presieduto dall’esponente della DC. Il Paese era preoccupantemente spaccato in due: da una parte, la Democrazia Cristiana e dall’altra, il Partito Comunista Italiano che la guida di Enrico Berlinguer aveva fatto ascendere considerevolmente nel gradimento elettorale: la prima volta dal 1947. Le elezioni tenutesi nel 1976, per ammissione stessa di Moro, avevano avuto due vincitori ed i due vincitori avrebbero dovuto guidare il Paese. Per evitare l’ingessatura dell’Italia, occorreva quindi un atto di responsabilità e di grande mediazione il cui fine era quello di coinvolgere il PCI nel sostegno al governo dei democristiani.

berlinguer moroIl grande mediatore fu proprio Aldo Moro che riuscì ad abbattere le resistenze alberganti nelle fasce più ortodosse del suo Partito, così come a frenare le conseguenze delle criticità insorte sino a poche ore prima di andare in Aula, anche a causa dell’insoddisfazione del Partito Comunista per l’assegnazione di alcuni ministeri. Ma non solo: Moro dovette subire anche gli attacchi di una certa stampa avversa che cercava di delegittimarlo, mettendolo al centro di scandali. Anche Berlinguer dovette fare i conti con i più “duri e puri” del suo Partito. I comunisti sospesero il loro giudizio su quella “strana creatura politica”, sin quando non avessero ascoltato il discorso di Andreotti di quella mattina a Montecitorio. Nulla era dunque scontato: la partita si sarebbe giocata alle ore 10.

Alle 08,45 del 16 marzo 1978, la scorta di Aldo Moro era pronta di fronte al portone del condominio di Via del Forte Trionfale al civico 79, dove il presidente della DC abitava. Moro lasciò la sua abitazione qualche minuto prima delle ore 9.00, accompagnato dal Maresciallo dei Carabinieri, Oreste Leonardi che lo affiancava ormai da diversi anni: il caposcorta. Il presidente salì a bordo della FIAT 130 di rappresentanza, incredibilmente non blindata nonostante il delicato ruolo ricoperto dal suo fruitore e a maggior ragione, in anni passati alla storia come gli ‘Anni di Piombo’. Moro sedette sul sedile posteriore ed insieme all’altra vettura di scorta, le auto si diressero verso Via della Camilluccia a velocità piuttosto elevata. Prima di giungere alla Camera, Moro non volle rinunciare all’abituale sosta nella chiesa di Santa Chiara per pregare. E quel giorno, di preghiere ce ne sarebbe stato davvero molto bisogno.

Assolto il suo dovere da cristiano, Moro si rimise in macchina alla volta di Montecitorio. Le auto, giunte in Via Mario Fani, Quartiere Trionfale, all’incrocio con Via Stresa, vennero bloccate da una FIAT 128 targata CD (Corpo Diplomatico) alla guida della quale si trovava il brigatista, Mario Moretti che insieme a Valerio Morucci, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore e Franco Bonisoli andava a comporre il commando terroristico che avrebbe sequestrato l’esponente democristiano. Pare che fossero 11 brigatisti in tutto ad essere presenti sul posto. Davanti alla vettura condotta da Moretti, c’era un’altra FIAT 128 con a bordo altri due brigatisti: Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Sull’altra carreggiata, era stata parcheggiata una terza FIAT 128 alla cui guida c’era la terrorista Barbara Balzerani, mentre una quarta auto, una FIAT 132 blu, condotta dal brigatista Bruno Seghetti, si trovava in Via Stresa, a breve distanza dall’incrocio con la Via Fani. Ancora oggi non c’è certezza sul fatto che si verificò un tamponamento a catena tra la 128, la 130 del presidente e l’Alfetta della scorta. 

brigatisti via faniCerto è che Morucci, Gallinari, Fiore e Bonisoli, camuffati da steward dell’Alitalia, sbucarono dalle siepi del Bar Olivetti, in quei giorni chiuso per lavori di ristrutturazione, ed aprirono il fuoco sugli uomini della scorta.

scorta moroNello spazio di pochi secondi, trucidarono l’Appuntato dei Carabinieri, Domenico Ricci, 42 anni, autista dell’auto sulla quale viaggiava Moro insieme al Maresciallo dell’Arma, Oreste Leonardi, 52 anni. I colpi dei terroristi raggiunsero anche l’Alfetta di scorta, inchiodando mortalmente ai sedili l’Agente di Polizia, Giulio Rivera, 24 anni. Il Vicebrigadiere di Polizia, Francesco Zizzi, 30 anni, venne ferito gravemente e morì poco dopo il ricovero in ospedale. L’agente di Polizia, Raffaele Iozzino, 24 anni, fu l’unico ad avere la reazione di scendere dall’auto ed aprire il fuoco contro i terroristi, ma uno di loro lo uccise con un colpo sparatogli in fronte. Immediatamente dopo, Aldo Moro venne prelevato dai brigatisti e condotto nel cosiddetto “carcere del popolo”.

L’operazione “Fritz”, come l’avevano denominata i terroristi, aveva avuto inizio. Si concluderà 55 giorni dopo, il 9 maggio, con l’esecuzione della sentenza di morte per Aldo Moro. Una sentenza che forse, era già stata scritta ancor prima del suo sequestro e non necessariamente dalle mani delle Brigate Rosse, non necessariamente da mani italiane.

Antonio Marino

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